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E' ancora poco conosciuto storicamente il sottofondo morale della scelta di non aderire al fascismo della Repubblica di Salò da parte di oltre 600.000 militari italiani l’8 settembre del 1943: Egisto Grassi fu uno di questi giovani che, operando in quel momento come soldato di leva, prese questa decisione sapendo di doverne pagare le terribili conseguenze.

Gli studi e le testimonianze sulla Resistenza si sono largamente occupati di documentare ciò che nelle formazioni partigiane aveva tratto origine dall’antifascismo di lunga durata, quello che da Gramsci, Gobetti, Matteotti, i fratelli Rosselli ed altri, fu trasmesso alle nuove generazioni, consolidò le sue ragioni politiche, e si fece trovare pronto alla caduta del fascismo per costituire il movimento delle brigate. Fu da questa nobile fonte che sorse l’ossatura delle istituzioni e della vita politica italiana del dopoguerra, con la nascita della Costituzione e la composizione dei partiti.

Ma la robustezza di questa “storia ufficiale” che consentì all’Italia di iniziare una nuova feconda fase della sua esistenza, non sarebbe stata tale se non fosse esistita una morale popolare diffusa, che prescindeva dalla militanza partitica, e che invece si radicava in sentimenti ed usanze di antica memoria.

La vita di Egisto Grassi fa luce proprio su questa “storia minore”, che è lecito definire tale solo per la scarsità di testimonianze che sono state finora raccolte, ma non per la sua importanza, né per il valore morale che rappresenta.

In questi ultimi anni gli studi storici stanno cominciando a chiarire quell’altro percorso di resistenza al nazifascismo che sorse dal disfacimento dell’esercito italiano all’indomani dell’8 settembre 1943. La testimonianza di Egisto Grassi a questo proposito, e le motivazioni della sua scelta, sono illuminanti rispetto a questo tema, poiché fanno luce sulla moralità di quella “base” dell’esercito che ha lasciato ben minori tracce rispetto alle dichiarazioni degli alti gradi militari che sono passate nei libri di storia. Ed è evidente constatare che si sta tracciando la linea di differenza che passa tra una mentalità collettiva estesa nel nostro paese (quella dei militari di leva) e la mentalità di una categoria professionale (quella degli ufficiali dell’esercito), che hanno entrambe importanza, ma che non possono che rappresentare un peso diverso per comprendere le vicende di una nazione.

approfondimenti su: schiavidihitler.it/Pagine_documenti/storia.asp


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